Gianni Borghesan

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Curriculum

(Spilimbergo 1924-2004)

Gianni Placido, apprendista fotografo nello Studio Zamperiolo a fianco del padre e attore dilettante, fu chiamato alle armi nel 1943, quando non aveva ancora vent’anni.
L’8 settembre è in caserma a Udine e dopo qualche giorno deve marciare con molti altri verso la stazione ferroviaria per essere deportato in Germania.

Sui binari ci sono due treni, che chiameremo della morte e della vita. Il primo, con biglietto di sola andata, è per i deportati, il secondo per i civili. Sembra impossibile il trasbordo in divisa militare, ma Gianni si spoglia rapidamente, indossa una maglietta e un paio di calzoni corti ritrovati nello zaino e con tre balzi sale sul treno della vita, imitato da altri disperati, immediatamente inseguiti dai militari tedeschi, percossi e risospinti sul treno della morte.

Vista la situazione, Gianni vorrebbe ritornare sui suoi passi, ma un frate cappuccino lo spinge sotto il sedile, allarga il saio e così lo sottrae allo sguardo dei feroci ispettori.
Il treno parte verso nord, sulla linea per Gemona e Tarvisio, e Gianni deve scendere per cercare la salvezza, ma i pesanti scarponi militari che ancora indossa non sfuggirebbero all’occhio dei militari tedeschi di guardia nelle stazioni intermedie. Riesce alla fine a barattarli per un paio di scarpe da ginnastica di una compagna di viaggio ed esce dalla stazione di Tarcento al braccio di una donna sconosciuta, passando davanti a un vecchio soldato tedesco che forse ha capito tutto ma non interviene.

La vita era salva, ma la guerra continuava, e dopo qualche mese Gianni si trovò al bivio: guerra in montagna contro i tedeschi o guerra in pianura al loro fianco. Lui scelse, in un certo senso, di non scegliere, sperando di poter rimanere a sostegno dello studio e della sua famiglia carica di bambini, e fu di nuovo arruolato, ma con compiti defilati dai combattimenti.

Passata la bufera, riprese a lavorare accanto a suo padre, che due anni più tardi, come sappiamo, gli avrebbe lasciato in eredità l’atelier di piazza San Rocco.

Le prime fotografie di Gianni Placido Borghesan, le prime degne di essere antologizzate, ci rivelano un fotografo che opera prevalentemente in studio, talvolta all’aperto, per produrre ritratti “alla Luxardo”, rifacendosi quindi a un linguaggio di moda nel primo dopoguerra: donne giovani, belle, pulite, vestite con modelli diffusi su riviste, talora ammiccanti, in pose inconsuete, determinate più dallo stesso fotografo con la scelta del “punto di vista” che dalla persona fotografata. Immagini costruite e recitate fra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, che nel loro complesso ci presentano un fotografo di provincia, padrone dei mezzi tecnici, ma ancora a corto di trasporti lirici e di slanci interpretativi.

La svolta avverrà quando metterà a disposizione di Italo Zannier il suo studio di piazza San Rocco, che sarebbe diventato il “covo” della nuova fotografia in Friuli e uno dei centri di rinnovamento della fotografia in Italia. Fu sicuramente il giovane Zannier, infatti, inizialmente pittore, ad avviare il suo amico Gianni sul sentiero del “neorealismo”. Lo studio di piazza San Rocco si trasformò, allora, in un punto di incontri, dibattiti, letture, che partivano dal rifiuto della “fotografia friulana” prodotta da Antonelli, Brisighelli ed epigoni, diffusa da Chino Ermacora sulle pagine de “La Panarie” e sulle cartoline stampate da Giovanni Fiorini, considerata “artistica” dalla borghesia di provincia, e dall’accettazione del nuovo realismo, diffuso dai film dei grandi registi italiani (Rossellini, Germi, De Sica…), dai romanzi (in Friuli fece scuola Elio Bartolini), dai fotolibri (“Luzzara” di Paul Strand e Cesare Zavattini in particolare), dai protagonisti della grande stagione del neorealismo friulano in pittura (Zigaina, Canci Magnano…). Fu proprio in quel clima culturale che Gianni Borghesan, per sua natura lento e meditativo, si lasciò coinvolgere dal gusto del réportage e della foto di denuncia sociale; ma siccome non amava i viaggi, si limitò a percorrere le strade della sua Spilimbergo e dintorni, esplorate con “un occhio dal candore straordinario”, come scrisse Giuseppe Turroni sul “Corriere della Sera” del 24 ottobre 1982, per ottenere risultati di alto livello poetico.

Tre sono le caratteristiche delle fotografie neorealiste di Gianni Borghesan: la luce diafana e immobile nel non-tempo dell’arte; la produzione di sequenze concepite non come “prove” d’immagine dallo stesso angolo visuale (variando diaframmi e tempi di esposizione), ma come strofe di un unico poema; la pìetas che egli riesce a cogliere en photographe e trasmettere en photographie quando punta l’obiettivo verso i volti dell’umanità che immediatamente lo circonda. Indimenticabili risultano, per queste ragioni, le sue sequenze sulla famiglia contadina de “i Luncs” e sulla “Siesta degli operai” a Spilimbergo, sulla “Famiglia del saltimbanco” a Baseglia, sulla “Seminagione” fra Dignano e Cisterna, sul “Cassettista” di piazza San Rocco, sui “Bambini con falco” a Costabeorchia, sui medicanti e sul malato della Casa di riposo: se nell’ambito di una sequenza si opera una scelta per un’antologia, lo si fa non sulla base di una graduatoria qualitativa, ma per ragioni di spazio editoriale e di costi tipografici.

Conseguentemente, le fonti citate nella bibliografia delle singole immagini qui ripubblicate quasi mai contengono sequenze complete).

Gianni trasformò quindi in poesia lirica la protesta talvolta gridata del fotogiornalismo degli anni Cinquanta. Ma la poeticità era una costante nella produzione iconografica di tutti i membri del Gruppo Friulano per una Nuova Fotografia, fondato da lui stesso, Zannier, il fratello Giuliano, Carlo Bevilacqua, Aldo Beltrame, Toni Del Tin e Fulvio Roiter il 1° dicembre 1955: era la cifra identificativa anche dei membri ideologicamente orientati a sinistra, che non fotografavano per commissione giornalistica, e dunque a tesi, ma principalmente per ragioni poetiche, come si legge, del resto, nel Manifesto che avevano firmato.

La poeticità di Gianni dev’essere apparsa ben evidente anche a Jacob Deschin, che a corredo dell’articolo “Book-Form Exhibition”, pubblicato su “The New York Times” del 26 maggio 1957, scelse, una delle 107 immagini selezionate dalla giuria fra le 1200 inviate da tutto il mondo: la fotografia intitolata “Italian Siesta”.

Gianni, che distingueva nettamente l’attività di routine (ritratti in studio, cerimonie religiose, foto per documenti) dall’impegno artistico e interpretativo, produsse “le cento foto che contano” nei primi anni Cinquanta del Novecento, nel contesto culturale del neorealismo friulano. Poi, quando il gruppo esplose come una meteora (Giuliano in Marocco, Zannier a Venezia…), Gianni ritornò alla tranquilla vita del fotografo stanziale.

Da quel letargo sarebbe riemerso nei primi anni Settanta per partecipare a nuove iniziative come l’antologia di “pan e vin”(prima monografia dedicata alla sua opera), l’illustrazione del poema “Dalle botteghe del vino” di Luciano Morandini; il fotolibro “Gianni Borghesan fotografo in Spilimbergo” firmato dallo scrivente. Ma viveva allora di rendita, per lo più pescando nell’archivio: produsse qualche nuova immagine in bianco e nero soltanto per le “botteghe” di Morandini, per “Via Manin 18”, e, a colori, per alcuni portfolio di positivi originali, prodotti in dieci copie.

Le pubblicazioni del 1972 riportarono Gianni all’attenzione del mondo intellettuale del Friuli, come dimostrano i giudizi apparsi su alcuni giornali.

“Le immagini di Borghesan – scrisse Carlo Sgorlon su “La Vita Cattolica” dell’11 marzo – sono cose di rara poesia. Case rustiche e ballatoi di legno, campagne friulane e muraglie calcinate, alberi e logge, edere e cancelli, volti della resistenza e volti di fanciulli carichi di sogni si affacciano nelle sue fotografie, acquistano una inconsueta freschezza, liberati da ogni banalità, come cose appena comparse nel mondo; come fossero state immerse in un magico bagno che le ha liberate da ogni scoria”.
Dino Menichini – sul “Messaggero Veneto” del 5 giugno – scrisse che “Borghesan si rivela un artista classico, controllato, morbido nei toni”, ed Elvio Guagnini definì le sue fotografie “glosse preziose”.

Ma dopo quei successi, Gianni nuovamente ripiegò nella tranquilla vita del suo studio, dal quale aristocraticamente guardava il mondo con progressivo disinteresse.
Nel triennio 1989-1991 diede alle stampe tre preziose cartelle di nuove immagini, stampate con tecnica tipografica. In quella del 1990, dedicata alla “Patria mia” con parole del poeta Erasmo di Valvasone, ci ha lasciato la prima e unica opera concepita e realizzata a colori, che dimostra la sua abilità nel controllo della “tavolozza”, ma curiosamente il suo cromatismo è più pittorico che fotografico. E del resto, nel fotolibro del 1972, aveva detto a chiare lettere quale fosse stata l’importanza della pittura nella sua formazione fotografica: “gò capìo la luce andando in giro coi pitori”.

La sua emerografia, che comprende, come sappiamo, la riproduzione di una fotografia della sequenza “i Luncs” sul “The New York Times” dimostra che Gianni aveva il talento per arrivare molto lontano, ma non era sorretto da un carattere volitivo e determinato. E nel fotolibro “Spilimbergo. Case Strade Persone” del 1991, pur interessante per la serie dei ritratti ambientati, si dimostra sliricato e ormai staccato, emotivamente, dalla realtà che lo circondava.

Si congedò dall’arte nel 2003 con un portfolio a dir poco miracoloso, intitolato “Tracce d’autore. Giuseppe Zigaina”; dalla vita nel 2004, lasciando un patrimonio iconografico di straordinario valore, riconosciuto anche a livello internazionale.