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Curriculum
(Casablanca 1966)
Diplomato ottico a Pieve di Cadore nel 1986, Gianni Cesare Borghesan ha scelto di camminare sul sentiero, davvero luminoso, tracciato dal nonno Angelo, dal padre Giuliano e dallo zio Gianni: egli si pone, quindi, sul tracciato di una luminosa tradizione di famiglia e come erede di un grande patrimonio iconografico.
Perfettamente padrone delle tecniche tradizionali della fotografia e di quelle digitali, si è dimostrato anche un eccellente insegnante nei corsi del CRAF (Centro di ricerca e archiviazione della fotografia), dell’ARSAP-D (Associazione regionale per lo sviluppo dell’apprendimento professionale) e dello IAL.
Nel suo primo fotolibro in bianco e nero, “Paesi del Longobardi in Friuli” (1990), ha affrontato un argomento arduo tanto sul piano storico quanto su quello ambientale, risolto a volte integrando le vedute urbane con straordinari “sguardi” sul paesaggio: il Natisone e il suo ponte “del Diavolo” in arditissima prospettiva, il campanile dell’abbazia di Sesto fra le “rotoballe” di paglia; la pieve di Cesclans alta sopra il lago e l’autostrada, trovando così il modo di dare rilievo alle compresenze fra ieri e oggi, fra storia e modernità, ma senza enfasi o denuncia.
In veste di paesaggista ha fornito una grande prova nella mostra e nel catalogo “ad Tricesimum…dove finisce la pianura” (1991), dimostrandosi molto attento ai segni del paesaggio antropizzato e felice nella costruzione di profonde, diafane immagini che dai colli morenici del Friuli centrale spaziano fino alle Prealpi Giulie: sono immagini figlie di una tecnica raffinata, posta al servizio di una cultura radicata nel territorio e nella sua storia.
E’ uno schema mentale che ha applicato ai successivi reportages di viaggio (non di vacanza o di evasione), sequenze fotografiche spesso esposte in mostre personali, che si sostanziano non solo delle forme architettoniche ambientate in “fondali” naturali ma anche di coinvolgenti focalizzazioni umane e sociali, tanto più sentite quanto meno gridate o “costruite”.
L’altro filone eccellente della sua produzione è quello che ha costruito in veste di fotografo ufficiale di Folkest, dal 1994 al 2004, interpretando en photographe una “musica da guardare”: di fronte alle sue fotografie si vede bene che il suono, la musica, doni di nicchia in un Universo muto, percorso soltanto dalla luce, danno forme nuove anche ai corpi e ai volti dei musicisti e dei cantanti. In dieci anni di lavoro, quasi sempre notturno, ha accumulato un patrimonio iconografico di grande valore qualitativo e quantitativo, che sicuramente rimarrà come straordinario documento di una stagione speciale, non soltanto friulana, durante la quale il Friuli si pose “nel cuore del mondo”, come dimostrano le presenze di Joan Baez, Noa, De Andrè, Branduardi, e di tanti altri cantanti di fama internazionale.
