Giuliano Borghesan

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Curriculum

(Spilimbergo 1934)

Anche Giuliano, di dieci anni più giovane di Gianni, partecipò attivamente e con successo alla vita del Gruppo Friulano per una Nuova Fotografia, rivelando peraltro una personalità assai diversa e per alcuni versi opposta a quella del fratello maggiore. Se Gianni era lento e meditativo, Giuliano era scattante e sanguigno; se il primo era portato all’introversione, il secondo era, ed è ancora, votato all’estroversione; sedentario il primo, viaggiatore il secondo.

Queste caratteristiche personali non influenzarono le rispettive produzioni dei primi anni Cinquanta, quando i due fratelli erano coinvolti dalla stessa poetica, uscivano talvolta assieme a caccia di immagini-verità sul loro (e nostro) mondo contadino friulano, e adoperavano l’attrezzatura tipica dei neorealisti: l’obiettivo Tessar 3.5 applicato alla Rolleiflex; ma alla lunga Giuliano si differenziò dal fratello perché divenne reporter in Marocco, e per diciott’anni viaggiò per molte migliaia di chilometri dalle cime dell’Alto Atlas alle dune del Sahara, dalle rive dell’Atlantico alle oasi del deserto.

La prima fotografia di Giuliano, intitolata “Siccità”, porta la data del 1947: il fotografo aveva allora tredici anni, e per incisione e taglio ci appare già maturo. Il suo cuore di adolescente custodiva, tuttavia, anche altri talenti, e all’età di otto anni iniziò a studiare il violino: fu costretto ad abbandonare la musica dopo la morte del padre, nel 1947, e da allora le condizioni economiche della famiglia lo relegarono alla “bottega”, alla quale collaborò anche con “spedizioni” documentali, come quella condotta per la Forestale di Udine nei boschi delle Prealpi Carniche.

Fu quindi sempre più attratto dall’attività dello studio fotografico e naturalmente il suo animo si infiammò all’interno del Gruppo Friulano per una Nuova Fotografia. Realizzò allora, cioè intorno ai vent’anni, alcune immagini che si trasformarono in icone del neorealismo italiano (“L’accordo-truffa”, “Pioggia a Spilimbergo”, “Ada”, “Madre e figlio”…) e fu molto attivo nell’organizzazione delle mostre che, nella prima metà degli anni Cinquanta, fecero di Spilimbergo uno dei punti di ritrovo dei migliori fotografi italiani. E non si stancò di pensare alla sperimentazione, come si dimostra osservando i tracciati luminosi che andava realizzando nella sala di posa di piazza San Rocco. (Federico Patellani aveva ritratto, “al di là” di un disegno luminoso, i pittori Bruno Munari e Mario Sironi nel 1950).

La convivenza con il fratello Gianni, tuttavia, proprio per la differenza di carattere (e di visione delle cose) non era sempre facile, e verso i diciott’anni Giuliano decise di trasferirsi a Maniago, alle dipendenze di Elide Lenarduzzi, anche per sperimentare la sua autonomia creativa. Rientrò poi per un nuovo periodo di “bottega” a Spilimbergo; e dopo il servizio militare, andò per una “breve vacanza” in Marocco, per riincontrare Elisa, giovane e bella figlia di emigranti di Spilimbergo, conosciuta in Friuli durante una vacanza estiva: rientrò definitivamente nel 1975, dopo diciott’anni, con Elisa, Barbara e Gianni Cesare!

Rilevò allora uno studio a Maniago e, dopo il ritiro di Gianni, continuò l’attività in piazza San Rocco a Spilimbergo.

Ma prima di periodizzare la sua produzione, converrà ricordare che Giuliano, per molti anni gestì a Casablanca, in pieno centro, il Royal Studio, rilevato nel 1959, nel quale lavoravano ben sei dipendenti: si trattava di un’azienda d’avanguardia, non di un semplice negozio fotografico, capace di produrre ingrandimenti sulla superficie massima di venti metri quadrati, destinati a nuovi alberghi, sale di congressi, eventi pubblicitari. Da quello studio, venduto quando incominciò a spirare il vento della xenofobia, uscirono anche le immagini in grande formato per le sue mostre personali e per quelle collettive del Fotoclub “L’Hexagone”, da lui stesso fondato, che produceva immagini ritenute degne di pubblicazione anche dalla rivista “Ferrania” dei primi anni Sessanta.

La parabola produttiva di Giuliano può essere scomposta nei seguenti periodi: Neorealismo friulano, Neorealismo marocchino, Maroc Tourisme, Reportage di moda, Illustrazioni interpretative.

Il periodo del “neorealismo friulano” è ben documentato in alcune pubblicazioni citate in bibliografia e in qualche catalogo (Ribis, CFAP-Girasole), anche se a tutt’oggi manca un libro antologico che lo documenti in maniera adeguata. Sarebbe, in ogni caso, difficile una ricostruzione completa, perché i suoi negativi, rimasti a Spilimbergo dopo la sua partenza per il Marocco, andarono parzialmente dispersi.

Poco conosciuto rimane, al contrario, il periodo marocchino, posto che soltanto “La forêt morte” ha trovato adeguato spazio espositivo (a Spilimbergo, Maniago, Lubiana) suscitando generale consenso.

I diciott’anni trascorsi in Africa settentrionale si prestano a una doppia lettura parallela: esiste, infatti, la produzione del “neorealismo marocchino”, così definibile perché Giuliano esportò in Africa settentrionale i moduli interpretativi del “neorealismo friulano”, e la produzione per la promozione turistica. La prima è ben documentata nei fotolibri, fra i quali “Moulay Abdallah”, che gli valse il primo premio per il réportage a Parigi nel 1971; la seconda nella rivista “Maroc Tourisme”, che del Marocco doveva dare un’immagine positiva (nel senso che alla parola “immagine” si attribuisce nel Marketing). Ed è interessante accostare le due produzioni perché così si scopre, ma non è una novità, che la “macchina della verità” può servire per nascondere la realtà. (D’altronde qualcuno scrisse che il fotografo è un artista anche perché può mentire!). Giuliano riuscì, in ogni caso, a conferire un carattere realista anche a immagini finalizzate all’ottimismo, e capitalizzò i viaggi, talvolta molto lunghi, che doveva compiere da “inviato”, per catturare immagini-verità, destinate al suo archivio e a sedi opportune.

Merita un cenno, in questo profilo essenziale, anche la sua attività di fotografo pubblicitario, perché in molti casi egli fu costretto dalle circostanze a inventare anche la “gag” e ad allestire la “location” con mezzi propri, per comporre, alla fine, l’inserto da pubblicare su giornali e riviste.

Fra le campagne pubblicitarie, ben documentate nell’archivio personale, devono essere ricordate le seguenti: Ministero del Turismo, Royal Air Maroc, Banque Marocaine du Commerce Exterieur, Città di Casablanca, Varie Compagnie Alberghiere, Total, Oreal, Lepetit Pharmaghreb, Hoechst, Fiat, Rénault.

L’esperienza marocchina ha procurato a Giuliano larga fama anche in Francia, dove viene talvolta invitato per sfilate ad alto livello, o per riprese ambientate en plein air: è per questo che nel suo archivio e su riviste specializzate appaiono fotografie scattate a Parigi, in Corsica, in Tunisia e altrove.

Fra tutti i componenti del Gruppo Friulano per una Nuova Fotografia, Giuliano Borghesan è quello che più a lungo ha praticato l’arte fotografica (dall’età di tredici anni a tutt’oggi), dimostrando una grande abilità anche nella fotografia a colori, praticata negli anni Sessanta e Settanta in Marocco, principalmente nel campo della promozione turistica, e in Friuli dopo il 1975.

La sua ‘summa’ di colorista è “Stagioni in Friuli” del 1985, sintesi di migliaia di diapositive che illustrano la nostra regione da Lignano a Timau, dalle sorgenti del Livenza al castello di Duino.